Statuto dei diritti del lavoro

Lo Statuto dei diritti dei lavoratori (legge 300/70) ha sanzionato, sul piano politico, giuridico e civile il senso di una grande e non dimenticata stagione di lotte: quella del 1969. A oltre trent'anni di distanza esso conserva però intatto, nel suo insieme, tutto il valore di conquista democratica: anche se - come da tanto giustamente si osserva - attende ulteriori sviluppi in ordine all'edificazione di una moderna democrazia industriale, adeguata a più attuali esperienze e anche al quadro comunitario.

Nel suo contesto lo Statuto si articola secondo due direttrici di fondo, tra loro connesse e coordinate, e quindi in una unitaria chiave di lettura: da un lato il sostegno offerto alla presenza e all'iniziativa del sindacato (v.) nei luoghi di lavoro e, dall'altro, il riconoscimento e la tutela di alcuni fondamentali diritti dei lavoratori come singoli, a loro volta traduzione sul piano concreto di altrettanti princìpi costituzionali. Legge di promozione dell'intraprendenza "collettiva", dunque, e nel contempo legge di attuazione della Costituzione.

Anche nella prima di queste concatenate dimensioni - quella promozionale -, lo Statuto esplicita, per altro, molte delle valenze racchiuse nella nozione di libertà sindacale. Perno della presenza del sindacato, secondo l'articolo 19, sono le rappresentanze sindacali aziendali, con i connessi diritti sindacali, senza i quali le stesse prerogative di quelle rappresentanze resterebbero lettera vuota: dall'assemblea al referendum sindacale, dai permessi (retribuiti e no) all'aspettativa, e via dicendo (artt. 20 e segg.). Ma chiave di volta dell'intero edificio - e garanzia della sua credibilità - è l'azione in giudizio, concessa dall'art. 28 alle organizzazioni sindacali, volta a ottenere dal giudice del lavoro un decreto che, di fronte a comportamenti del datore giudicati lesivi della libertà sindacale o del diritto di sciopero, ne inibisce la continuazione e ne rimuove gli effetti che già si siano prodotti anche sul piano individuale (ad esempio, il licenziamento o il trasferimento di ritorsione). E vale la pena di sottolineare come l'edificio in parola abbia mostrato la sua solidità anche in occasione di rilevanti novità successivamente intervenute: come quelle che hanno riguardato proprio la formazione delle rsa (dalle quali il referendum popolare abrogativo del 1995 ha espunto ogni riferimento alla maggiore rappresentatività), o come quelle che, sul piano delle relazioni industriali, hanno avuto come oggetto il grande superamento degli organismi in parola, affiancati e poi tendenzialmente assorbiti dalle nuove rappresentanze sindacali unitarie, frutto queste ultime non più della legge, ma dell'anatomia collettiva e dai grandi procedimenti di concertazione. Non a caso alle Rsu si intendono generalmente attribuite le medesime tutele disposte dall'articolo dallo Statuto per le Rsa, anche per quel che attiene alla protezione di loro componenti.

Il perdurante valore dello Statuto nel quadro dell'ordinamento è confermato, d'altra parte, anche dalla sua dichiarata applicabilità al rapporto di lavoro pubblico contrattualizzato (dlgs 29/1993 e successive modificazioni). Mentre alcuni degli istituti oggi disciplinati dalle nuove leggi in tema di sicurezza del lavoro (ad es., i rappresentanti per la sicurezza e gli obblighi di informazione di cui al dlgs 626/1994 e integrazioni successive) sviluppano, tra gli altri, proprio i princìpi che già si trovano alla base dell'art. 9 dello Statuto

Nello Statuto esistono anche norme di cui le controparti padronali e la destra politica reclamano a gran voce l'abrogazione. Tra queste, in primo luogo, l'articolo 18, con l'obbligo di reintegra del lavoratore ingiustamente o illegittimamente licenziato che esso contiene. In realtà, però, è proprio la possibilità della reintegra che si pone quale fondamento dei diritti dei lavoratori, e non solo di quelli riconosciuti dallo Statuto, ma anche di quelli sanciti dal codice civile o da altre leggi: soprattutto questa possibilità emancipa infatti il lavoratore, pur se limitatamente al suo campo di applicazione, dallo stato di soggezione e di timore che potrebbe inibirgli, ove la reintegra non vi fosse, di reclamare, già durante il rapporto di lavoro, e senza doverne attendere la cessazione, il rispetto di suoi fondamentali diritti, quali anche quelli a contenuto retributivo e aventi ad oggetto la salvaguardia della sua salute, le ferie retribuite, e così via.

È fin troppo ovvio che lo Statuto debba fare i conti, di volta in volta, con le sopravvenute vicende storiche di ogni tipo. Alcune di queste sono state già ricordate. Non vengono in rilievo solo le nuove leggi di diretta correzione di disposizioni statutarie (come la legge 108/1990, che rafforza proprio la disciplina in tema di licenziamenti individuali), o anche di modifica indiretta (come è avvenuto ad esempio in tema di collocamento, per gli articoli 33 e 34, la cui obsolescenza nasce già a partire dai primi provvedimenti degli anni Ottanta sul mercato del lavoro). Si tratta anche del duro confronto con le innovazioni tecnologiche e dell'organizzazione del lavoro. Ma, ad esempio, gli articoli 4 e 8, che pure erano stati pensati ben prima dell'impiego su larga scala dei procedimenti informatici e delle tecniche attuali di manipolazione e trattamento dei dati personali hanno nel complesso retto alla prova. Meno convincente appare oggi, al contrario, la disciplina in tema di variazione delle mansioni (art. 13), che ancora presuppone, quando non venga interpretata in modo evolutivo, i rigidi moduli organizzativi di tipo (quasi) esclusivamente "fordista".

Anche sotto altri aspetti lo Statuto merita, ormai, qualche ripensamento: che valga, però, non a immiserirne il significato, ma, al contrario, ad arricchirlo, o almeno a completarlo. Il suo profilo "collettivo", ovvero di sostegno della presenza e dell'attività sindacale, non si occupa in alcun modo (proprio perché commisurato a una situazione assai lontana dalle crisi di rappresentatività che hanno invece caratterizzato gli anni Novanta) della democraticità dei rapporti tra rappresentanti e rappresentati: tema oggi risolto dalla legge per il settore pubblico (il già rammentato dlgs 29/1993 con le successive modificazioni), ma non ancora - e malgrado se ne avverta ogni giorno la necessità - per quello privato. Quanto invece al profilo dei diritti dei singoli, è proprio la crisi sopravvenuta dello stesso concetto di subordinazione, con la fioritura di nuove figure contrattuali improntate a esigenze (quando siano genuine) di maggiore autonomia, che induce la necessità di estendere a codeste figure gradi variabili di tutele, incardinate comunque sull'universalità di quelle davvero fondamentali: e di superare così quelle colonne d'Ercole della subordinazione intesa in senso tradizionale, che lo Statuto, proprio per le vicende storiche da cui nacque e per l'opera in cui venne formulato dall'opera creatrice di Giacomo Brodolini e di Gino Giugni, ancora non poteva, né intendeva, oltrepassare.

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